Elisewin è nata da genitori purosangue nel Gennaio di sedici anni fa, in una cittadina del sud della Francia, Bessèges.Sono sul letto della camera, sdraiata, a fissare il muro mentre gioco distratta con una ciocca di capelli, osservando il contrasto tra il rosso scuro e l’azzurro vivace del mio maglione.
Sento qualcosa picchiettare alla finestra. Riconosco il manto grigio perla del maestoso gufo del mio migliore amico.
«Ciao, Aeglos.» L’animale mi becca le mani, affettuoso. Gli afferro con delicatezza una zampa, sciogliendo il nodo del fiocco rosso a cui è attaccata la pergamena, poi frugo nel mio baule, provocando un gran casino ovunque, finché non trovo quello che mi interessa: un pacco di biscottini gufici. Ne prendo uno dalla confezione e lo porgo ad Aeglos, che ne è entusiasta.
Leggo la lettera di risposta di Jack. Mi sembra quasi di poter percepire il suo tono giocoso, l’allegria, la sua incredibile forza d’animo quando passa a parlare di argomenti più seri. Mi racconta di cosa sta succedendo ad Hogwarts, delle punizioni che ha ricevuto dagli insegnanti, delle ultime discussioni con i suoi genitori. Promette di vederci durante le vacanze di Natale, ma so già che se non fa pace con suo padre, ho ben poche speranze di rincontrare il mio migliore amico. Scarabocchio una risposta, ma non mi viene niente di decente da dire.
«Vorrà dire che ci penserò dopo, eh Aeglos?» Dico, rivolta all’animale, che mi fissa con i suoi enormi occhi ambrati. Gli porgo un altro biscotto, che sgranocchia entusiasta.
Roxanne entra in camera, ha lo sguardo preoccupato e un po’ stanco. Getta un’occhiata al mare di roba che ho sparso ovunque per la stanza, abbozzando un sorrisetto. Non ho bisogno di ricorrere alla Legilimanzia per capire che starà ridendo del mio inguaribile disordine.
Si sdraia sul suo letto, senza dire una parola; la stanza si riempie di un silenzio strano, che mi mette a disagio. Dopo qualche minuto si alza e va in bagno. Sono un po’ preoccupata per lei, in questo periodo. La sorella è finita in Infermeria, e Roxanne ha sempre un’aria un po’ inquieta.
Mi sollevo a mia volta dal letto, riempiendo la borsa di libri, qualche rotolo di pergamena, una boccetta d’inchiostro e una penna. Mi cambio velocemente, buttando il maglione e la gonna della divisa sul letto, pescando dall’armadio una maglia nera, stretta, molto semplice e una gonna ampia, di varie tonalità di blu e con i bordi in raso. Distrattamente recupero una sciarpa bianca di lana, dimenticata sul baule insieme ad indumenti ed oggetti di ogni genere, e l’avvolgo intorno al collo.
«Roxy, io scappo in Biblioteca, ci vediamo tra un paio d’ore, va bene?»
«Ok, a dopo!» Mi strilla di rimando dal bagno.
Afferro la borsa e mi dirigo correndo in Biblioteca, gettando un’ultima occhiata al gufo che ora si è appollaiato in tutta tranquillità sulla spalliera del mio letto.
***
Non c’è molta gente a quest’ora. Riconosco un paio di ragazzi del mio anno, per il resto sono tutti studenti del settimo, probabilmente già ansiosi per l’esame finale, sparpagliati tra i tavoli, le teste chine su tomi alti e polverosi.
Mi dirigo ad un tavolo vicino alla finestra, estraendo i libri dalla borsa e cercandone altri tra gli scaffali dedicati alle Pozioni e alle Erbe.
“Indica modo di preparazione, aspetto ed effetti della Corrente della Tranquillità, chiamata più comunemente Distillato (o Bevanda) della Pace.”
Ricordo la voce del professor Lacroix durante l’ultima lezione con i Centauri ammonirci su quanto questa pozione fosse difficile e pericolosa, ricordandoci anche che spesso capita come prova di esame per gli alunni del sesto e del settimo anno.
Afferro la penna e comincio a scrivere sicura, iniziando ad elencare gli ingredienti necessari, il corretto dosaggio e il tempo occorrente per una corretta preparazione del Distillato. Sto per passare a descrivere l’utilità della Bevanda della Pace e gli eventuali effetti collaterali, ma qualcosa disturba bruscamente la mia attenzione. Un ragazzo è appena entrato in Biblioteca, spalancando con foga il pesante portone della Sala, provocando di conseguenza uno sgradevole tonfo. Alzo lo sguardo dal libro, arrabbiata.
Chi è questo? Mi sembra vagamente familiare.
Il ragazzo prende posto all’altra estremità del lungo tavolo a cui sono seduta, facendo un gran fracasso e sbattendo con noncuranza una borsa sul tavolo di legno lucido e scuro.
Gli lancio un’occhiata di disappunto, ma sembra che nemmeno mi veda. Capisco, con la Legilimanzia – anche se devo dire che ce l’avrebbe fatta chiunque – che è molto arrabbiato.
Mi concentro di più. Un brutto incontro. Una ragazza. Uno scatto di rabbia da parte di lui. Sento brandelli di conversazione “Oh, andiamo. Ci credevi davvero?”, “Prima di essere fidanzati eravamo amici”, “Sapevi quanto eri importante per me” e “Non mi ha tenuto in nessun conto, Fräulein Rousseau”, altre frasi in una lingua che non conosco, sembra Tedesco. Percepisco, oltre alla collera, anche una punta di dolore per quello che si sono detti, e della confusione.
Distolgo l’attenzione, turbata, avendo compreso di essermi intromessa in qualcosa di molto privato. Continuo a guardare il ragazzo, che intanto si sta slacciando la sciarpa – è azzurra e blu, i colori dei Centauri – e srotola un lungo foglio di pergamena. Improvvisamente alza lo sguardo verso di me, probabilmente ha capito che cosa stavo facendo. Mi guarda stupito, confuso.
Io abbasso nuovamente gli occhi verso la mia pergamena, sforzandomi di recuperare la concentrazione, un po’ imbarazzata. Riprendo a scrivere, più distrattamente: “il Distillato della Pace è generalmente adoperato per calmare l’ansia e l’agitazione, grazie alle proprietà ottenute dalla particolare combinazione della pietra lunare con lo sciroppo di elleboro, di cui ho elencato le proprietà in precedenza. Spesso però chi abusa di questa pozione -”.
Sono nuovamente interrotta dal ragazzo, che borbotta qualcosa ad alta voce nella stessa lingua che ho sentito prima, scuotendo il capo con veemenza. Sollevo un sopracciglio, decisamente scocciata.
Gli lancio un’occhiata eloquente, tossicchiando per mostrare il mio disappunto. Che lui non sembra assolutamente intuire.
Improvvisamente ricordo dov’è che l’ho visto: circa un mese fa, sempre qui in Biblioteca. Continuava a parlottare con un suo amico. Ah, ma allora è proprio un vizio, penso tra me e me.
«Ma insomma, come si permette?» sbotta il Centauro ad un certo punto, richiamando l’attenzione di una buona parte dei presenti.
«Senti, scusa, condoglianze per i tuoi drammi personali, ma qui c’è gente che sta cercando di concentrarsi» gli dico, calcando il tono sull’ultima parola. «Probabilmente per te il concetto è un tantino difficile, capisco.» proseguo poi, con il tono accondiscendente con cui ci si potrebbe rivolgere ad un bambino un po’ stupido.
Chiude di scatto i libri, ficcandoli alla rinfusa dentro la sua borsa. Riconosco molti dei titoli di Pozioni e capisco che probabilmente stava lavorando al mio stesso tema. Si alza, rimettendosi la sciarpa. Poi mi viene vicino, con un’aria strafottente, di sfida. Ha degli occhi grigi bellissimi, penetranti. Adesso mi stanno fissando arrabbiati. Li sento quasi bruciare sulla pelle.
«Non si preoccupi, signorina, tolgo subito il disturbo, ho gli allenamenti di Quidditch.»
la vendetta è una pigra forma di sofferenza